Interviste

La sartoria teatrale di Roberta Fratini

Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso…  (Gigi Proietti)

A teatro tutti lavorano per la bellezza. L’autore, il regista, lo sceneggiatore, lo scenografo, il coreagrafo, i tecnici delle luci, il costumista, il direttore d’orchestra, il suggeritore… Ciò che si vede dalla platea è solo una parte del lavoro che c’è dietro un’opera di prosa, di lirica o di danza. E spesso chi è dietro fatica e studia come chi è davanti le quinte. Abbiamo colto l’occasione della partecipazione a una recente Vedova allegra del teatro Pergolesi di Jesi (An) per far quattro chiacchiere con Roberta Fratini, costumista teatrale, di Fabriano, che ci ha introdotti al magico mondo del dietro le quinte.

Roberta, con chi collabori e quali sono i tuoi immediati progetti?

Io lavoro a Macerata, a Jesi, Ascoli, Fermo, Ancona; attualmente lavoro in questi teatri, ma ho lavorato in tantissimi teatri, e tanto per vantarmi un po’, lavorerò ovunque me lo propongano, se la proposta è interessante! Lavoravo anche a Pesaro, al Rossini Opera Festival, ma poi, dato che si accavallavano gli impegni con altri teatri, non ho più potuto. Inoltre insegno all’Accademia di Belle Arti di Macerata.
A breve lavorerò per una sartoria di Roma, che ha fatto recentemente la Carmen di Bizet, per l’allestimento del Barbiere di Siviglia. Questa è un’attività che si crea giorno per giorno: se arrivano proposte all’ultimo momento sono disponibile… In questo senso sono la più precaria tra i precari!

Come hai iniziato a far questo lavoro?

Ho studiato Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Macerata (in quel corso c’era l’insegnamento di costume). Poi ho frequentato l’atelier del mio professore a Spoleto. Da lì sono entrata in teatro e me ne sono innamorata. Il teatro è un gioco di squadra: tutti sono importanti per il risultato. I light designer, ad esempio: un luce sbagliata può mortificare uno o tutti i costumi, ad esempio ingrossando le figure o cambiando il colore.

Oppure la scenografia, che può appiattire la tridimensionalità o interferire con l’effetto finale. Alcune figure nella lirica sono fondamentali, come i maestri collaboratori: sono quelli che danno gli ingressi ai cantanti sul palco. Se l’attore è in ritardo con l’attacco alla battuta musicale, è un disastro per gli altri e per l’orchestra intera.

Ti abbiamo vista lo scorso dicembre sul palco per lo spettacolo La Vedova Allegra, per la regia di Vittorio Sgarbi, a Jesi.

Sì, sono responsabile della sartoria del teatro di Jesi. In questo caso mi è arrivata la proposta di realizzare i costumi, e ho accettato la sfida. Per la Vedova allegra per questioni economiche e di tempistiche ridotte abbiamo riadattato alcuni costumi di repertorio per il coro. Poi ne abbiamo realizzati altri per alcuni protagonisti e il corpo di ballo.

Da dove si inizia per realizzare un costume?

In questo caso abbiamo usato costumi di repertorio per motivi di tempo ed economici. Nel momento in cui ti appoggi a un repertorio è diverso dal fatto di partire da zero: allora si parla con il regista che ti dà delle direttive, ti spiega la sua visione e i suoi obiettivi. La Vedova Allegra doveva essere di stampo tradizionale, era ambientata nella Parigi del 1905 e così abbiamo ricostruito filologicamente i costumi. Nel caso si cominci da zero, si può partire da uno studio dei dipinti dell’epoca, dello stile… Per esempio noi ci siamo basati sui dipinti di Giovanni Boldini, pittore dell’epoca. Sgarbi, per esempio (il regista della Vedova Allegra, ndr.), è stato molto interessato alla bellezza dei costumi, soprattutto femminili!
Recentemente ad Ancona abbiamo ambientato la Bohème negli anni Cinquanta, quindi è stato più facile trovarli: si può trasformare gli abiti oppure si possono trovare nei mercatini e negozi vintage.

Secondo te è giusto fare rivisitazioni così moderne sui costumi e sulle scenografie teatrali?

Ultimamente, oltre che per “moda” e per dare nuove interpretazioni alle opere, questo si fa per motivi economici: noleggiare da una sartoria diventa molto costoso, magari per questioni di assicurazione, e far produzioni dal nuovo è una prerogativa soprattutto dei grandi teatri, come La Scala di Milano o il San Carlo di Napoli.

Qual è lo stato dell’arte della produzione teatrale marchigiana?

E’ buono. Ora c’è questa nuova “rete lirica marchigiana” che funziona. Le Marche si difendono abbastanza bene. La rete fa sì che si portino in giro vecchi spettacoli, per esempio ha girato la regione una Madame Butterfly a cui avevo lavorato durante il Macerata Opera di Luigi Pizzi. In questo caso i costi erano inferiori, dato che c’erano già le scenografie e i costumi, rispetto a un nuovo allestimento. Comunque la lirica è una grande macchina rispetto alla prosa: cantanti, coro, orchestra, tecnici… Si tratta sempre di spettacoli impegnativi, dei piccoli “colossal”del palcoscenico.

Quali sono gli elementi più delicati del tuo lavoro?

L ’importanza del costume è diversa per l’attore rispetto al cantante lirico. Per l’attore di prosa le prove in costume iniziano subito, perché il costume serve a calarsi nel personaggio. Ed ecco che il costume deve essere perfetto, perché si muoverà, si butterà a terra, ballerà… Per il cantante l’abito ha un ruolo diverso, perché sono diverse le priorità: deve cantare comodamente, non sentirsi stringere ad esempio in vita. Poi immagina anche la psicologia di chi è sul palco: deve sentirsi a posto, bello, e in più deve essere comodo.
Per esempio: lo strascico del vestito della protagonista della Vedova allegra di Jesi era legato al braccio, per non dar fastidio soprattutto nella scena del famoso walzer con il conte Danilovich.
Puoi fare il costume più bello del mondo ma se non è accettato dall’attore lo devi modificare e riadattare, per andare incontro alle preferenze dell’attore o del cantante, senza snaturare le intenzioni del regista e del costumista.

Ci sono attori noti con cui hai avuto il grande piacere di lavorare?

Me ne vengono in mente soprattutto per la prosa. Nella lirica rispetto alla prosa c’è forse un po’ più di distacco tra gli interpreti e i tecnici, ma c’è anche da dire che di solito di cantanti lirici sono meno noti  al grande pubblico, mentre gli attori di prosa spesso compaiono anche al cinema, negli spot pubblicitari, o in televisione… Nella prosa c’è un rapporto più vicino, anche perché di solito la compagnia è più piccola.

Ho lavorato con l’attore Umberto Orsini, con cui ho avuto un bellissimo rapporto. Oppure ho lavorato con Franca Valeri e Urbano Barberini. La Valeri è piacevolissima, disponibile con tutti i giornalisti, anche quelli di cui lei rideva perché le chiedevano sempre la solita questione: “Cosa ne pensa dell’umorismo al femminile?”.

E poi… ho lavorato con Arturo Brachetti, e immagina la soddisfazione del lavorare con lui, un trasformista che basa il proprio lavoro sulla praticità e la velocità del costume di scena. E’ uno con le idee molto chiare: ha sempre lo scenografo o il costumista che gli danno una mano, ma lui sa bene cosa vuole. Ci sono dei trucchi assolutamente segreti che rendono unici i suoi vestiti. Infatti ho anche firmato una scrittura privata che sancisce la segretezza dei costumi e il carattere assolutamente fiduciario del rapporto di lavoro. Immagina: sono pochissimi quelli che conoscono questi segreti… Non gli conviene certo farlo sapere in giro…!

 

Editorial manager del blog. Sara Bonfili è PhD in Italianistica e giornalista pubblicista. Sa che l'enciclopedismo umanista un tempo rendeva l'uomo felice. E pur essendo una donna, non ha ancora mollato.

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