Scrivere un dipinto: Van Gogh

Spread the love

“Voglio averla vinta coi cipressi”, scrisse Vincent Van Gogh al fratello Theo, prima di dipingere la “Strada con cipresso sotto il cielo stellato”. Tre mesi dopo, nel luglio 1890, avrebbe concluso la sua vita da artista

“Tutto è sconvolto, lo spazio perde ogni ragionevolezza e la sua dimensione, la strada diventa una specie di fiume, il campo è puro colore”, e diventa una selva, diventa dei ceppi ardenti, una massa frastagliata che tende verso il cielo, forse le emozioni più calde dell’artista che vanno in cerca del corrispondente, lassù. Le parole introduttive sono dello storico dell’arte Flavio Caroli, che nella bella collana messa a punto da Centauria edizioni, dal titolo “Il Salotto dell’arte. Conversazione sui più grandi artisti di ogni tempo”, guida in un percorso nella vita e l’opera di Vincent Van Gogh.

Prevede 36 uscite settimanali, un viaggio nell’arte attraverso i grandi maestri, da Leonardo a Caravaggio, a Monet fino ad arrivare alle icone dell’arte contemporanea, Warhol, Pollock, Lucio Fontana, Keith Haring. A prestare la voce a questa scoperta alcuni dei più autorevoli storici dell’arte contemporanei, Flavio Caroli appunto, Antonio Natali, Claudio Strinati, Maria Vittoria Clarelli, Philippe Daverio tra gli altri.

 

Van-Gogh_Strada_Cipresso_cielo_stellato

Strada con cipresso sotto il cielo stellato, 1890

A Saint-Rémy. Per Van Gogh si avvicina il periodo dell’ultimo sconvolgimento della sua vita. In sette anni di apprendistato, rappresentazione, espressione e maestria nella pittura produrrà circa 800 opere. Ne venderà solo una. Nel piccolo comune della Provenza egli cerca, ora, di “farla finita coi cipressi”. Le cose del mondo perdono la loro consistenza e non sono più riconoscibili. Van Gogh è proiettato “verso le verità non dette dell’universo”. Nella “Strada con cipresso sotto il cielo stellato” la sua coscienza è liberata, il cipresso è un punto di raccordo tra il cielo e la terra, tra due sfere della sua anima, diventa un punto di ancoraggio con il quale “si misura l’infinito”. 

Gli astri, in quel cielo turbinante di azzurro, sono vortici che, come accadeva per “La notte stellata”, crescono, sono cresciuti e vivono di una vita propria. Sono molto grandi e sproporzionati nel paesaggio, sono così come il pittore li vede nella sua agitazione, nella sua devastazione sentimentale: il turbine è nell’artista che con gli occhi guarda all’infinito e cerca nei suoi limiti umani di mostrare, fare intravvedere come può.

Uno degli ultimi quadri dipinti da Van Gogh, che suggestivamente e per portata simbolica viene definito l’ultimo capolavoro del pittore, sarà il “Campo di grano con volo di corvi”. Qui l’energia del mondo diventerà insostenibile, la verità, troppo grande, al quale il pittore ha deciso di aprirsi, ma è davvero una scelta?, ha preso possesso dello spazio e incombe. Il turbine è fuori, completamente, e appare come un cielo di un blu scuro pesante su cui si levano sgraziati dei corvi neri dalla forma grezza e indefinita: non c’è più soffio nel pittore, non c’è più moto di energia, “l’immenso vento dell’universo” è solo al di fuori di lui. Ci sarà bisogno del fuoco della polvere da sparo della pistola che nel mattino di quel lavoro ha portato con sé per togliersi di dosso quel groppo di luce rappresa, insostenibile.

campo_di_grano_cielo_corvi

Campo di grano con volo di corvi, 1890

Ma il proiettile di quel colpo sparato al cuore non lo ucciderà subito. Van Gogh torna nella sua stanza d’albergo dal quale era uscito ore prima, e fa in tempo a scrivere al fratello Theo che lo raggiungerà il giorno dopo. Seduto sul letto a fumare la sua pipa resisterà un giorno e mezzo. Le ultime parole dette al fratello saranno per certo: “Adesso non lo rifarei più”. Il soffio vitale era, almeno in parte, tornato.

In quel paesino della provincia francese, Auvers-Sur-Oise, il gigante Van  Gogh, l’uomo melanconico, arriva alla fine della sua vita d’artista, e della sua vita. Da allora, dice Flavio Caroli, “la grande cosa bianca, la verità, non è stata più seriamente minacciata da nessuno. Si è richiusa su se stessa, ha richiuso le porte, avendo solo cura di tenere i poeti a rispettosa distanza dal proprio castello inespugnabile e beffardo”.

Giulio Cioffi

Se le parole contano davvero, spero lo facciano col sistema decimale. È l'unico con il quale mi intendo bene.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento