Il figlio di qualcuno

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Guardava con impazienza l’orologio al polso, grande tondo racchiuso in un cinturino di gonfia pelle nera, in attesa di potersi alzare e uscire dall’ufficio. Diede una sistemata ai capelli, rassettando i boccoli che gli cadevano di fronte agli occhi dandogli un’aria un po’ distratta e ribelle. Controllò sul monitor la conferma dell’ordine effettuato, poi decise che era ora di andarsene, si levò dalla poltrona a rotelle, disse alla segretaria – Monica, io esco.

Prese il montone appeso alla spalliera collocata dietro la sua postazione, spense il computer senza badare a chiudere i programmi ancora aperti sul desktop e con passo deciso e sguardo sicuro si avviò verso la scalinata che portava all’ingresso di quel palazzo settecentesco a tre piani che da quasi settant’anni ospitava l’azienda di famiglia, una manifattura di ombrelli e bastoni da passeggio di lusso, “fatti a mano, con materiali di prima qualità e curati nei minimi particolari”, forniture per uomo e per donna.

Tirò un sospiro di sollievo appena la porta fu richiusa alle sue spalle e poté vedere i negozi eleganti della via, negozi di abbigliamento, di calzature, il ristorante “Ai tre Archi” con i suoi tavoli di legno nero lucido protetti da alti ombrelloni rettangolari di color bianco, per permettere alle tavolate che erano quasi sempre composte da avvocati, notai e professionisti di rango del quartiere di mangiare sotto una fresca ombra nel mezzo della calura estiva di quei giorni di luglio.

Camminava a passo spedito con l’espressione soddisfatta di chi ha appena ritrovato il suo ambiente naturale, diretto sicuro verso il piccolo ristorante argentino che lo accoglieva una volta a settimana alla solita ora, insieme alla sua ragazza, russa smagliante con qualche difficoltà di adattamento ai modi spicci del giovane compagno, dominatore di carattere anche se non estraneo a improvvisi crolli di forza di volontà nelle situazioni in cui le sue facoltà decisionali venivano minacciate troppo cupamente dall’affiorare di un sentimento di responsabilità.

Lei lo attendeva impaziente, con un evidente fastidio in volto provocato forse dal troppo via vai che a quell’ora animava la piazzetta dietro la basilica cittadina, dove il ristorante trovava collocamento. Alta e slanciata sopra un paio di tacchi rosso acceso, lisciava con un tocco sofisticato e ferocemente femmineo i lunghi capelli neri che le ricadevano davanti la spalla sinistra, in un fascio unico, quasi fossero un foulard di seta.

La piazza si aprì di fronte agli occhi di lui, come fosse stata chiusa fino ad allora e per la prima volta potesse riversarci lo sguardo, dopo tanto tempo, rivedendola così, come una scena preservata dal tempo. appena iniziata, perfettamente fresca e accogliente, eppure complice con lui, come se gli strizzasse l’occhio e gli dicesse: “Mi sono fatta bella per te, e lo sai, sono qui da sempre”.

Il caffè storico e lussuoso nell’angolo sinistro in alto, con i tavolini eleganti e riccamente dignitosi a ricoprire metà dello slargo, nel centro la fontana con l’acqua zampillante da bocche di leone, che salutava per prima gli avventori della libreria dai finestroni in legno e più in là lei, la sua donna, bella come la criniera di un leone.

Avanzava a passo deciso verso la sua figura, fiancheggiando la fontana, fermandosi a bere un sorso dell’acqua sgorgante mentre lei lo individuò con lo sguardo ma non si mosse. Poi, mentre lui accennava un saluto con la mano a scusarsi per il tempo perso prima di ritrovarla, sentì vibrare il cellulare nella sua tasca:

  • Figliolo. Dove sei?
  • Sono in piazza con Tamara babbo, perché?
  • Non ti ho sentito uscire. Va bene. Ti volevo salutare.
  • Va bene babbo.
  • Ascolta. Come siamo messi con i conti in sospeso con il fornitore? Hai saldato quelle due fatture di cui parlava Cristina?
  • Certo.
  • Non le dimenticare, perché sono importanti.
  • Certo, ho già fatto fare i bonifici babbo.
  • Nei rapporti, la premura ricordatela. Bisogna sapere prevedere. Non dimenticare, – ripeté il padre sovrastando la voce del figlio -. Sei ancora giovane, hai ancora da imparare, ma devi guidare il tuo carro, se capisci cosa intendo.
  • Certo babbo, ho inteso -, rispose il figlio facendo un cenno per chiedere pazienza alla ragazza che lo aspettava al suo fianco.
  • Non ti ho visto molto ultimamente. Non ti ho visto spesso in negozio. Come mai figliolo?
  • Ma niente, babbo. Non è vero. Ci sono. Non mi vedi, ma ci sono.
  • Ricorda da quanti anni è in piedi la nostra attività. E’ con il sacrificio che si ottengono dei risultati. Niente arriva con uno schiocco di dita in questo mondo. Niente è così semplice come ti può sembrare. Figliolo, ricorda le parole di Voltaire: “Ognuno coltivi il proprio giardino”. Capisci?
  • Certo babbo. Ricordo.
  • Non sarò qui per sempre, figlio. Lo sai vero?
  • Certo babbo.
  • Non importa quello che farai, figliolo. Va bene. Va bene. Ma coltiva il tuo giardino.
  • Sì. Anche io ti voglio bene babbo -, rispose il figlio al telefono guardando con un sorriso di intesa la compagna, che lo aspettava posata e dignitosa, con la fierezza di una sfinge, ma non poteva trattenersi dal graffiarsi leggermente la mano poggiata sul fianco con le lunghe rosse unghia dell’altra.
  • Figliolo, ti voglio pronto va bene?
  • Sì anche io ti voglio bene, babbo. Poi ti richiamo. Ti saluta Tamara -, accennò a concludere.
  • Sì. Ciao.
  • Va bene, ciao babbo, ciao.

 

Posò il telefono e prese per mano la compagna. Lei lo accolse con naturalezza. Si avviarono verso il ristorante dalle tende nere, uno dei punti di riferimento del giovane in quel bel centro cittadino della sua città. Lei era silenziosa. Lui pensava al padre, e il suo volto esprimeva un contrastato insieme di imbarazzo, irritazione e leggera preoccupazione.

Mio padre è sempre mio padre, – disse alla compagna. Poi un raggio di luce improvviso: al tavolo di fronte a loro c’era l’amico di famiglia che faceva di tanto in tanto dei lavoretti di manutenzione per l’azienda. Le sorprese davvero non finivano mai.

Giulio Cioffi

Se le parole contano davvero, spero lo facciano col sistema decimale. È l'unico con il quale mi intendo bene.

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