La rosa del desiderio

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La rosa del desiderio

Quando si trovava ad entrare oltre le porte scorrevoli del supermercato ormai, cominciava subito a preoccuparsi se l’avrebbe trovata lì quel giorno al di là del bancone frigo per formaggi e salumi, nel suo camice bianco e guanti di lattice, col suo sguardo severo e altezzoso che lo penetrava come se fosse in grado di vedere dritto in fondo al suo segreto, scrutargli dentro e cogliere in un battibaleno il suo imbarazzo e il suo inconfessabile desiderio, che si sforzava in ogni modo di non fare affiorare in volto sotto forma delle tipiche chiazze rosse sulle guance che lo contraddistinguevano, con un atteggiamento di indifferenza e sicurezza, messo su con grande sforzo, o una simulata disattenzione.

L’ultima volta lo aveva anche rimproverato, sbandierandogli davanti agli occhi il prosciutto imbustato che aveva richiesto ed esclamando ad alta voce, così per richiamare l’attenzione degli altri clienti presenti sul fatto che la persona in questione fosse completamente nel suo mondo: “Ecco il suo prosciutto!”, con un sorriso di evidente scherno e disprezzo. Così lui aveva interpretato. E quando si era voltato verso di lei, una commessa di più o meno cinquant’anni, dal fisico robusto che terminava in due spalle diritte quanto la sua schiena lo era per verticale, senza che questa imponenza, o meglio una certa ben costruita maestà del portamento, si accompagnasse ad una statura elevata o un qualche slancio della figura, ebbene, una volta dovuto obbligatoriamente distogliere gli occhi dal contatore che segnalava il cliente servito in quel momento, aveva incrociato il suo sguardo duro e giudice, che in un secondo lo aveva ridotto a un minuscolo uomo sconquassato dai marosi dell’emozione. E per quanto avesse avuto almeno la prontezza di rispondere un flebile “Grazie, arrivederci”, lo aveva tuttavia detto già in movimento, prendendo la direzione delle casse, chiaramente fuggendo, cacciato dal robusto rifiuto di lei, già intenta a servire il cliente successivo, come una leonessa pronta a cibarsi di un pasto preferito.

Era ritornato al suo lavoro d’ufficio e aveva trascorso la restante mezz’ora della sua pausa pranzo a cercare di calmare la sua agitazione e raffreddare il suo orgoglio d’uomo ferito, incapace di scivolare morbido sopra una tanto virulenta energia femminile. Ma il tarlo del desiderio aveva già scavato la via nella sua mente e lui non poteva proibirsi di dargli un minimo di appagamento, nell’unico modo che la sua soffocante inibizione gli consentiva: attraverso il fantasticare, l’immaginazione, il sogno ad occhi aperti, dove nessuno poteva gettare occhio e giudizio.

Si ritrovò allora improvvisamente a immaginarsi al centro di un’arena, completamente nudo se non per dei sandali alla romana calzati ai piedi e una guaina di cuoio legata con una corda attorno al busto, che copriva i genitali, limitandosi a proteggerli senza nasconderne la forma, ma anzi accentuandone la prominenza e il profilo. Tra le mani teneva un grande drappo giallo e viola che con grande maestria faceva volteggiare, ruotando i polsi, passandolo dalla mano destra alla sinistra, muovendo le braccia circolarmente insieme al busto: una veronica, una semi-veronica. La sabbia tutt’intorno aveva il colore della gommagutta. Ai lati dell’arena, sulle file di seggiolini bianchi degli spalti centinaia di persone, un pubblico preoccupato, febbrile ed entusiasta a seconda dei momenti, rispondeva ai suoi movimenti, eseguiti con grande freddezza, concentrazione e grazia.

Ad arrancare dietro al suo drappo, confusa dall’illusione del colore in movimento, la robusta commessa del supermercato sulle sue quattro zampe, con un elmo cornuto in testa e i neri capelli sparpagliati sulla schiena che sferzavano l’aria quando vigorosamente girava il collo verso destra o sinistra per seguire la danza del torero, ricadendo poi fin al lato dei suoi piedi, come una coda ondulata.

Nei suoi occhi marrone scuro il furore e l’eccitazione raggiungevano l’apice, mentre la sua figura selvaggia si lanciava verso l’oggetto della provocazione, poi progressivamente si affievolivano e si faceva largo la fatica, lo spossamento e lo stordimento di essere a lungo menata in giro. E senza batter ciglio, con un vigore di pari passo crescente nelle sue braccia e nelle sue cosce a mano a mano che l’animalesca valchiria perdeva energia, lui, torero, roteava il drappo a cui puntava il muso di lei, basso attorno alle sue caviglie, e poi più in alto all’altezza del busto. – “Olé!” -, intonava la folla, – “Olé!”-. E la rabbiosa bestia sotto il sole del pomeriggio, stordita da quelle giravolte ininterrotte, con il capo sempre più chino, e i muscoli del viso che perdevano la loro naturale tensione sotto i colpi della stanchezza, con il crescente sudore a prendere possesso della sua schiena, delle sue robuste gambe, della sua fronte, dove la sabbia dell’arena finiva per fermarsi disegnando ventagli e striature, improvvisamente si immobilizzava, ansimante e confusa.

Allora il torero con passo cadenzato e sicuro si avvicinava, con vigile concentrazione, e nel maestoso silenzio calato tra il pubblico, colpiva sotto il mento la giunonica creatura con la dura guaina di cuoio che ricopriva il suo fallo, facendola cadere riversa sull’arena, placata, ammansita, vinta.

– “Vito l’hai sistemata tu la quarta di copertina?” – Una voce improvvisamente vicina lo aveva richiamato alla sua situazione presente. – “Sì, guardi ho il file qui. Glielo giro via mail?” – aveva risposto, con un sorriso trionfatore ancora impresso sul volto.

– “No, mandalo a Giampiero, che fa le correzioni del caso, poi me lo invia direttamente lui. Grazie.” – gli aveva detto sbrigativamente il caporedattore, che evidentemente non poteva condividere l’ammirazione del resto del pubblico dell’arena viva solo pochi istanti prima nella sua mente, non avendo assistito all’arduo exploit che lo aveva visto protagonista.

Aveva ripreso il lavoro ordinario, speso il resto del pomeriggio a correggere una lista di contatti di uffici stampa che necessitava di aggiornamento, dimenticato sconfitte emotive e successi onirici. Spento il pc quando ancora fuori c’erano dei barlumi di luce, se ne era andato a casa come ogni giorno, camminando fino alla stazioncina dei treni che collegava la periferia della città al centro, e lì aveva aspettato la linea urbana che lo avrebbe portato a pochi isolati da dove abitava, pensando al giorno dopo e alla pausa pranzo che lo aspettava, inevitabile.

Così ora si trovava nuovamente lì, nel reparto frutta e verdura che costituiva l’ingresso del supermercato a cui abitualmente si recava nell’ora libera a disposizione, intento a concentrarsi sulla scelta delle zucchine e pomodori, ma con il cuore già in agitazione per i metri che avrebbe dovuto percorrere poco dopo, voltato l’angolo, superando gli scaffali del tonno e degli inscatolati per vedere aprirsi di fronte ai suoi occhi l’area degli affettati, il bancone frigo dove forse lei sarebbe stata indaffarata a trattare il cliente di turno.

Staccò l’etichetta adesiva che dava il prezzo delle zucchine, infilò la busta nel cestino, alzò la fronte e riempì il petto d’aria. Poi brandendo il cestino come fosse una lancia appoggiata al fianco si mosse, cercando di mantenere un’aria decisa e fiera. Svoltò l’angolo, video le scatolette di tonno da un lato, dall’altro il banco rotondo con le promozioni del giorno: fette biscottate, biscotti, confezioni d’acqua, tè, tonno in vetro, salmone affumicato in scatola, polpa di pomodoro in vetro. Superate. Come oltrepassando un sipario entrò in scena, c’era il banco frigo, c’erano i salumi disposti uno accanto all’altro, mozzarelle e formaggi bianchi e lucenti, il numeratore eliminacode con il suo becco rosso rivolto verso il vetro del bancone. Staccò il numero, guardò il monitor che segnalava il cliente servito e si girò.

Un respiro. Lei era lì imponente nel suo camice bianco, con i suoi occhi marroni che non cedevano un millesimo di secondo alla distrazione, puntati verso la macchina affettatrice, poi verso i fogli di carta plastificata che andavano avvolti intorno al prodotto, direzionando i suoi movimenti senza che il battito delle ciglia fosse percettibile.
Finì di servire il cliente. Poi fu il turno di una signora che voleva l’arrosto disposto nei vassoi di ceramica accanto alle mozzarelle, del pane, duecento grammi di insalata russa. E infine fu il suo turno.

– “Numero 73?”
– “Sono io. Buongiorno.” – Il labbro superiore messo in agitazione dalla sua tensione tremava impercettibilmente.
– “Buongiorno,” – rispose la commessa, abbozzando un lieve sorriso che luì non mancò di registrare come una promessa di pace possibile.
– “Vorrei…” E qui gli occhi di lei iniziarono ad incresparsi evidentemente come un monito nell’attesa dell’ordinazione, come a dire: ‘Non vedi le persone dietro di te? Vedi di non farmi perdere troppo tempo!’ – “Vorrei un panino.” – concluse con un tono di voce discendente, mentre lei sembrò improvvisamente irrigidirsi, contrariata dall’incombenza che le veniva or ora comandata
– “E come lo vuole il panino?” incalzò decisa. – “Lo vorrà mica col pane?”
– “Sì. Vorrei uno dei vostri panini per l’appunto.” – mugolò lui, deciso tuttavia a non cedere di fronte all’evidente nuova provocazione.
– “Abbiamo l’arabo, la tartaruga, la rosetta o lo zoccoletto. Cosa vuole? Vuole lo zoccoletto?”
Era un tentativo di derisione? Sembrava palese. Che cosa stava insinuando questa signora?
– “No, non voglio lo zoccoletto” – rispose l’uomo non senza una certa fierezza nella voce. – “Voglio il pane arabo.” – sentenziò. – “E ci vorrei dentro del prosciutto cotto, se non le dispiace.” – Diede un’ulteriore indicazione a dimostrare, ce ne fosse stato bisogno, che sapeva benissimo quale strada prendere e non sarebbe stato lì a perder tempo negli indugi, eppure con quella cortesia finale nella sua richiesta, a sottolineare, avesse mancato di cogliere anche questo la donna, che chi lei aveva di fronte era un gentiluomo.
– “D’accordo.” – dovette evidentemente accondiscendere lei.

Mentre la donna disponeva il pezzo di prosciutto cotto sull’affettatrice, lui la seguiva con gli occhi, stando attento questa volta a non distrarsi, deciso a vincere la battaglia della timidezza e dare prova del suo carattere fino in fondo. Notò le sue mani forti e la lunga treccia nera che cadeva sulla sua schiena come una promessa di passione tra le mani di chi avrebbe saputo conquistarla.
Ma in un momento, quando la sfida era nella delicatissima fase del servizio, un’urgenza lo colse. Lo yogurt. Doveva ricordarsi dello yogurt. E allora si volse, camminò fino all’impianto frigo che correva lungo la parete della stanza e scelse due confezioni per poi tornare indietro.

Lei era già intenta a pesare il prosciutto e ora il suo sguardo era severo. Digitava i tasti sulla bilancia con occhi torvi e lui in un momento si rese conto di aver perso. Aveva tradito la sua missione e lei chiaramente lo accusava di nuovo per la sua indifferenza, per la sua piccolezza d’uomo incapace di resistere agli impulsi dell’ansia, alle banali preoccupazioni di una lista della spesa.
– “Va bene così?” -. Chiese lei.
– “Sì, certo, grazie” -. Si affrettò a rispondere lui, cercando di capire se ci fosse ancora un margine di trattativa per ottenere un qualche perdono. Non era forse così arrabbiata.
Ma no, la finestra si era evidentemente chiusa, la commessa gli porse la busta con il panino dentro e comunicò: “Buona giornata”. Tutto qui.
– “Un momento!”- protestò lui, sforzandosi di richiamare la sua attenzione mentre lei già rivolgeva il suo sguardo al cliente successivo. – “Ci sarebbe mica un cucchiaino di plastica che mi potrebbe dare?” – Fu quasi una supplica, una richiesta disperata.
– “Devo andarlo a prendere nel di dietro.” – ribatté la donna. E un testimone che fosse stato presente non avrebbe potuto negare che nel voltò di lei si disegnò chiara l’ostilità di chi si vede porgere una preghiera assolutamente fuori luogo e fortemente vicina all’oltraggio. Poi un lampo inaspettato: – “Vuole seguirmi? Venga e glielo passo”.

Per un momento l’uomo restò immobile in preda ad una crescente sudorazione, stringendo con forza sproporzionata il manico di plastica del cesto che teneva in mano. Provò a muovere le gambe ma erano fredde e dure come pietra. Dovette compiere uno sgradevole balzo in avanti che si manifestò come un principio di caduta per sbloccarsi dall’impasse, quando lei si voltò un istante a vedere se lui stesse effettivamente rispondendo al suo richiamo attivando nel suo organismo un’esplosione di energia non comune e dotandolo nuovamente della facoltà di procedere.

Il magazzino dove venivano conservate le scorte era separato dalla stanza del banco frigo e dei vari scaffali del supermercato da una lunga parete priva di porte. La donna voltò l’angolo e scomparve. L’uomo avanzava freddo in fronte perdendo vigore a mano a mano che si avvicinava al separé in muratura. Si fermò a un metro dall’ingresso. Respirò e si guardò intorno per controllare che nessuno avesse gli occhi puntati in quella direzione, poi si fece coraggio ed entrò. La commessa armeggiava dentro ad uno scatolone di cartone dove era riposta in confezioni la stoviglieria di plastica. Ne estrasse una busta dove erano contenuti diversi cucchiaini, strappò il margine e ne tirò via uno. Lui aspettava in piedi all’ingresso del magazzino, irrigidito e incapace di dire una parola.

– “Tenga,”- disse la commessa, porgendo la posata.

Fu un istante lunghissimo in cui l’uomo sentì di dover decidere se balzare nel pauroso abisso con coraggiosa fede nel suo destino o soccombere lì, e ritirarsi, di fronte alla marmorea irraggiungibilità di lei. Fece un passo, sentì una fitta in zona inguinale, ma continuò ad avanzare, passò due metri e lei era ormai a portata di braccio. Il cesto della spesa era incredibilmente pesante tanto che sentendo di non riuscire a sorreggerlo con una sola mano vi passò l’altra sotto a sostegno. I muscoli delle gambe parevano aver perso la loro naturale voluminosità e tensione e ora si afflosciavano come fili d’erba sotto la pioggia. Protese in avanti il collo per guadagnare centimetri sul suo traguardo, mosse un piede greve come la zampa di un cavallo giunto a fine corsa e lanciandosi verso il petto di lei lasciò cadere il cestino d’un tratto riuscendo a sibilare: “Signora!”.

La donna vedendosi la sua testa tra le mani ebbe l’istinto di carezzarlo mentre l’uomo con la schiena ricurva cercava improvvisamente rifugio nel suo abbraccio: – “Che c’è cucciolo? Parla! Dì tutto alla Rosa. Che c’è?”
L’uomo ripeté debolmente: -”Signora…”
poi con un tono più acuto: ”Io l’amo!”, e svenne.

Giulio Cioffi
Giulio Cioffi
Se le parole contano davvero, spero lo facciano col sistema decimale. È l'unico con il quale mi intendo bene.

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