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Un pomeriggio per ritrovare la libertà delle canzoni suonate per strada dai buskers, il bisogno di esprimere e raggiungere degli artisti, la solennità furbesca e mistica dei cartomanti e interpreti dell’esoterico. C’è a Ferrara il Buskers Festival anche quest’anno, il 2017, fino alla domenica. E’ oggi l’ultimo giorno della manifestazione, e voglio muovermi, appena rientrato a Bologna, senza far vincere gli indugi. Andrò da solo, sarà forse un lungo pomeriggio solitario di pensieri oppure sarà una festa intima.

Parto in treno dalla stazione centrale poco dopo le 15, in un caldo afoso che a Bologna ti si aggrappa ai vestiti lasciandoli appiccicaticci e umidi e potrebbe renderti ebete e pigro per intere giornate. Gli altri motivi per viaggiare privo di compagnia verso il Festival? Uno se lo chiede sempre se valga la pena fare qualcosa che desiderava fare, quando si ritrova il solo interessato o possibilitato a farlo. Ne vale la pena. Magari incontrerò qualcuno, capiterà di scambiare qualche battuta con uno sconosciuto o una sconosciuta col quale s’è instaurata una intesa e restare ancora stupiti per la facilità con cui uno straniero si rivela amico per il solo possibile libero riconoscimento. Magari ritroverò qualcosa di diverso da un amico, quello o quella che diventerà una consuetudine. Magari l’amore. Magari mi ritroverò a ridere da solo per strada. Assisterò a delle performances incredibili. Scoprirò artisti eccezionali, tra i tantissimi estranei o avversi a etichette discografiche, riviste di settore, mode periodiche oggetto delle conversazioni degli appassionati. Succederà qualcosa di questo, sprazzi di questo, per cui meglio non lasciarsi sfuggire l’occasione.

Alle 15.20 nella carrozza spicca su tutte la voce scura di una donna nera, con il tipico tono che suona sempre incazzato e intento in discussioni, al telefono. Fuori sul binario oltre il mio finestrino fuma calmo e altamente sicuro di sé, in piedi, un ragazzo africano con dreadlocks, a suo agio in un paio di jeans neri e stivali neri di cuoio. Una ventina di centimetri sotto un paio di occhiali da sole, una camicia bianca ricamata e alla moda, sbottonata con calcolo fino alla metà del petto su cui compare un tatuaggio. Al polso porta un orologio color oro e infilati nel medio, indice e anulare delle due mani due anelli d’oro, uno sulla destra e uno sulla sinistra, a cui si accompagna una serie di anelli d’argento. Mentre fuma tiene appoggiata sulla spalla una borsa di cuoio. Quando il capotreno fischia per avvertire della partenza imminente, spegne la sigaretta, fa due falcate felpate e monta sul Regionale Veloce, poi attraversa la mia carrozza per accedere a quella alle mie spalle. Non ha l’aria di un musicista del Ferrara Buskers Festival. Poco dopo il treno parte.

Ci vuole meno di una mezz’ora per arrivare a Ferrara, attraversando la pianura fatta di città di provincia, proprietà agricole su cui il sole cala sempre ammantato di una patina grigiastra depositata dalla foschia, fabbriche, terreni coltivati, le cui zolle viste in movimento dai finestrini del treno hanno l’effetto ipnotico di quei poster colorati dove l’occhio deve sdoppiare le tinte per vedere il racconto nascosto, l’immagine che si chiarisce all’improvviso. Quando lo sguardo afferra il racconto di quelle creste marroni, ci vede le settimane di lavoro dei macchinari e la previsione con cui i solchi sono stati creati in serie, tutti uguali, estesi a perdita d’occhio.

Alla stazione di Ferrara il treno arriva puntuale. C’è un gruppo di ragazzi nel piazzale antistante, che un quarto d’ora dopo ritroverò fissi con lo sguardo in alto a cercare di centrare nello schermo dei loro smartphone tutto il Castello Estense. Una freccia di carta appesa a un palo indica la direzione da seguire per il “Buskers Festival”. Lì dove inizia la schiera di capannette bianche del mercatino, attraversando un tunnel di lampade artigianali ricavate dagli ingranaggi delle macchine agricole, disegni a tempera dai colori languidi, borse e cartelle in materiale biologico, braccialetti, orecchini e altri accessori femminili lavorati a mano, le immancabili t-shirt dei gruppi hard rock, si apre Piazza Castello, dove sul marciapiede opposto al fossato un gruppo di musicisti sta sistemando la strumentazione.

 

Il manifesto del Ferrara Buskers Festival 2017

 

Cercando un caffè nell’adiacente piazza Savonarola, di fronte alla statua che immortala in un piglio severo il predicatore, un uomo corpulento in camicia a righe racconta ai suoi amici la scena della lettera scritta al frate da Benigni e Troisi nel film Non ci resta che piangere: ‘“[…] Con la nostra faccia sotto i tuoi piedi e puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto!”. ‘Che è proprio il massimo dell’umiliazione, capito?’, l’uomo con la camicia si assicura col gruppo. Dieci minuti dopo una comitiva di turisti con guida è accolta dal mio vicino di tavolo al caffè con un “Vaccaboia che spaccamaran!”. Anche a loro venivano spiegate le vicende del domenicano finito arso a Firenze.

Il programma degli eventi dell’ultimo giorno del Festival dice che le performance inizieranno alle 17, ma di fronte alle arcate che conducono a Piazza Castello un gruppo di buskers con contrabbasso, percussioni, fisarmonica e chitarra inizia già a sistemarsi e fare soundcheck. Si chiamano Mamihlapinatapai e vengono dalla Spagna. Uno dei ragazzi, quello che sorregge il contrabbasso, indossa una camicia a fiori, il percussionista una canottiera con motivi psichedelici, per tutti pantaloni corti, sandali o infradito: il loro aspetto trasmette una rilassatezza festosa, che è quello che per esperienza prima, e per cliché quando te la sei dimenticata, ti aspetti da un gruppo di ragazzi della penisola iberica.

La band spagnola, però, è anticipata nell’avvio dal chitarrista cantante Peter James, di una cinquantina di anni, che già declama con chitarra e voce da Corso Martiri della Libertà. Quando mi avvicino con il taccuino in mano dove mi annoto tra l’altro i nomi dei gruppi, un signore ben piazzato con una maglietta verde fosforescente mi lancia fervido e deciso: “E’ di Liverpool”. Mi ha scambiato per un giornalista, perché aggiunge subito: “Sono canzoni sue. E’ in gamba! E’ un giovane in gamba!”. Sono lì solo da un minuto e faccio fatica a dire che ne penso a quello che mi dà l’aria di essere uno dello staff, così mi limito ad annuire vago e restare a sentire. Il pezzo che sta suonando è una ballata dal sapore antico, un racconto cantato di quelli che ti immagini riferiti da un bardo durante la cena al villaggio, con una chiusa reazionaria: “Let’s drink to the king!”.

Poi nasce una sovrapposizione di suoni dovuta alla vicinanza delle postazioni musicali. Il musicista inglese smette di cantare, sovrastato dalle percussioni della band che picchia duro venti metri più avanti e dalle trombe dei Mamihlapinatapai che hanno iniziato a sferzare l’aria in piazza Savonarola. Da una spettatrice e poi da Wikipedia scopro che il loro nome è un termine della lingua yamana, della popolazione omonima che abita la Terra del Fuoco, di difficile traduzione, che descrive l’atto di “guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo”. Il loro ritmo è trascinante, sono otto elementi, con percussionista e suonatore di cahon, sassofonista e fagotto. La sassofonista fa il suo con un assolo sentito, il pubblico tiene il ritmo battendo le mani mentre i membri del gruppo si battono il petto. Cantano senza microfoni con le voci che si uniscono in coro a chiudere: “Soavecito!”.

Alla fine di Corso Martiri della Libertà, davanti la straordinaria facciata della cattedrale, ci sono gli Zap, che fanno jazz e vengono da Australia e Grecia. Sono un trio di talenti a metà strada tra musicale e circense. Una ragazza alta e mora, dal bel viso e dalle forme sensuali, porta in testa un asticella con un elica che fa risuonare con colpi cadenzati. Il percussionista, che è stempiato sul davanti, il che fa sì che i capelli lunghi e ondulati gli ricadano dietro le spalle come un qualche mantello di un re medievale allacciato alla fronte, sfrega con le nocchie delle mani una tavoletta di legno, muovendo poi rapidamente le dita a far trillare una sveglia o suonare una delle trombette appese alla sua personalissima batteria. Scatta rapido da un oggetto all’altro e crea un sottofondo ritmico che produce nel pubblico applausi e risate allo stesso tempo.

Pochi metri più avanti, in piazza Trento e Trieste. Moses fa scivolare frenetico la bocca sull’armonica collegata a una batteria e il ritmo lo ricava facendo schioccare l’aria compressa dalle labbra nel microfono attraverso lo strumento, a intervalli regolari. Legate allo stomaco ha due cartucciere riempite da una ventina di armoniche.

 

Se sei uno di quelli che crede che leggere richieda un giusto tempo e concentrazione e il racconto, fino a questo momento, non ti ha provocato un impellente bisogno di dirigerti sul W.C., puoi continuare la lettura qui.

Se le parole contano davvero, spero lo facciano col sistema decimale. È l'unico con il quale mi intendo bene.

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