Uno zio Vanja al Gentile di Fabriano

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L’adattamento di Vinicio Marchioni e Letizia Russo è una narrazione più vicina al pubblico, e un monito più efficace per l’uomo di oggi

-Servizio e montaggio di Sara Bonfili-

Ambizione e disillusione, noia, stordimento, dimenticanza di sé, tentazione, amore non corrisposto, egoismo. Lavoro, famiglia, società. Temi e ambienti novecenteschi già anticipati da Anton Checov a fine Ottocento nel suo “Uno Zio Vanja”, che restano universali e condivisi senza essere scalfiti dal passare del tempo. A questi, nell’adattamento (indicato con l’articolo “Un” del titolo) della celebre pièce da parte di Letizia Russo per la regia di Vinicio Marchioni, si aggiungono, in secondo luogo, il disfacimento dell’ambiente naturale, l’ingordigia dell’uomo nello sfruttare il territorio senza scrupoli nei confronti della sicurezza e della salute, con riferimenti all’attualità: ponti e cavalcavia crollati, terremoti, telefonate intercettate, frane e smottamenti, scomparsa della biodiversità. Motivo di questi excursus il cambio di ambientazione, dalla piantagione russa al teatro terremotato di provincia, che, con la scelta del riallestimento dello spettacolo al Teatro Gentile di Fabriano, città inserita nel cratere sismico dell’ultimo terremoto del centro-Italia, assume un significato profondo.

Lo Zio Vanja con spirito di abnegazione amministra i beni del cognato e della nipote, da quando è morta sua sorella, ma questo gli ha portato solo delusione e stanchezza; in famiglia lo sfruttamento delle situazioni da parte del cognato, il professor Serebrjakov qui soprannominato “Magister” oppresso dalla vecchiaia e l’inedia della moglie Elena, vengono criticati dal dottore, frequentatore della casa-teatro e scioccato per sempre dal dolore che il sisma ha portato nella sua vita. Il tentativo di Vanja di ribellarsi sparando e non colpendo il professore è solo l’ultimo moto dell’eroe ottocentesco ormai già inevitabilmente “inetto”; la fuga della coppia perché tutto torni nei ranghi una soluzione di comodo, il monologo finale di Sonja forse l’unico barlume di purezza legato all’età giovanile.

Quello dell’attualizzazione di un’opera letteraria o teatrale è sempre un interruttore difficile da attivare: o è acceso o è spento. In questo caso è acceso a metà: i riferimenti di cronaca recente sono appena accennati nella storia, approfonditi in alcuni monologhi dei personaggi, soprattutto del dottor Astrov, una sorta di “grillo-parlante maledetto” dello “Zio Vanja” di Marchioni. In generale non falsano l’opera di Checov ma permettono di darne un’interpretazione moderna, forse politica, certamente ecologista, che non era fornita naturalmente dal testo di partenza. Questa la scelta della Russo e di Marchioni, per alcuni versi condivisibile, per altri meno. Certamente si tratta di un restyling personale, che può anche scontentare i tradizionalisti, ma non si può dire che il regista e l’autrice dell’adattamento non abbiano lavorato in modo intelligente scegliendo di operare uno spostamento importante di coordinate spazio-temporali, ma facendolo in modo delicato, prendendo in prestito la voce di Checov per concepire non solo una narrazione più vicina, ma anche un monito più efficace all’uomo di oggi.

Se l’arte può, deve essere impegnata, sembrano dirci gli autori. O meglio, forse vogliono dirci: “ascoltate bene, perché l’arte è sempre impegnata, quando parla dell’uomo”.

Nel dettaglio l’operazione sembra riuscita; non sono stati inseriti costumi, dettagli o musiche fuori tempo, né ci sono dissonanze nella recitazione, molto accademica. Sul palco, tra le macerie del terremoto e la strumentazione teatrale in disuso, c’è un poster de “La regina d’Africa”, tratto dal romanzo di Cecil Scott Forester, che ci riallaccia a un altro secolo e a un altro ambiente rispetto a quello russo. Nonostante questi cambiamenti, l’anima checoviana nel complesso si è ben ambientata in questo mondo del XXI secolo, che non è certo migliore di quello dell’Ottocento e dove personaggi oscuri e perdenti sembrano essere perfettamente inseriti.

Merito di Checov, come ammette lo stesso regista in conferenza stampa, che “non dà risposte, ma una carezza di consolazione” ai drammi della vita dell’uomo moderno. Ma anche di Vinicio Marchioni e colleghi, indubbiamente bravissimi.

*Pubblichiamo la notizia come sempre invitandovi a seguire il tag #fabrianocultura per trovare tutte le altre inziative della città della carta!

 

Sara Bonfili

Editorial manager del blog. Sara Bonfili è PhD in Italianistica e giornalista pubblicista. L'enciclopedismo umanista un tempo rendeva l'uomo felice, così le hanno insegnato a scuola. E pur essendo una donna, non ha ancora mollato.

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