Giulio Cioffi

I No Funny Staff nella perpendicolare via San Romano fanno jazz e swing in cui inseriscono riff da celebri pezzi rock come il tormentone Seven Nation Army dei White Stripes. Indossano casacche da gondolieri a righine rosse e bianche e azzurre e bianche, e pagliette con nastri rossi e azzurri. Il chitarrista ha come cassa armonica del suo strumento un segnale stradale triangolare.

E accade così, di fronte alle diverse postazioni musicali, che folle di persone si creano più o meno grandi richiamate dalle note, sorridono, commentano, criticano divertite, si entusiasmano, applaudono e sfumano via quando gli artisti annunciano che interromperanno per una pausa. Lo spettacolo si innalza sul resto, poi in qualche minuto torna il silenzio, e più lontano già echeggiano i suoni di un altro complesso.

Ma in via San Romano non ci sono altri musicisti. C’è una signora in lunga veste, con maschera e piume, che legge il tuo cuore guardandoti negli occhi, il cartomante autobattezzatosi Doppio gioco, il poeta lasciato solo che lancia richiami ai passanti mentre sorseggia una bottiglia di birra e il finto frate francescano che dice di leggerti i segni del viso per scriverti versi con i colori della tua anima. I lettori dei tarocchi hanno apparecchiato le loro tavole con tovaglie dai motivi lunari, stellari e solari. C’è solo un parlottìo sommesso nella via prima che i No Funny Stuff riprendano il loro swing, catturando un nuovo semicerchio di pubblico, sfornando una versione di The Dark Side of The Moon scandita da ukulele, contrabbasso e kazoo.

A chi la dò l’unica moneta decente che ho in tasca? Alla più sola di piazza Trento e Trieste? A Magalot e Marò, che in un vestito da clown trattiene un sorriso in volto, ferma sul piedistallo, con un girasole sul petto e treccine immobilizzate e infiocchettate che schizzano perpendicolari alla strada?

Dietro di lei, animalescamente al centro della piazza una ragazza dai capelli alti un centimetro e colorati di rosso scarlatto spalma le sue mani ricolme di vernice su altra vernice versata su un largo foglio bianco a ritmo di musica percussiva. Ruota sul bacino e scivola a terra in una calzamaglia nera macchiata dai colori della pittura. Si muove teatrale, pesante e sofferente. Non tutto riesce, non tutto viene capito, non tutto magnetizza i passanti. Un bambino si gratta il mento. Una bambina seduta con la maglietta di topolino aggrotta le sopracciglia. L’ampio pubblico presente tutt’intorno sembra voler restare a guardare più per capire dove andrà a parare che per ammirazione.

I Norton Money, incuneati in un angolo della strada, sotto una madonna che li osserva da una nicchia nella fiancata della cattedrale, portano country e folk dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Ballate e lamenti armoniosi guidati dalla voce e dalla chitarra del leader, in camicia e cappello di paglia alla cowboy, in cui si inserisce elegantemente la voce della bassista dai capelli ossigenati, che si muove appena, sussultando a piedi nudi al centro della postazione, accompagnata dalla ritmica delle spazzole del batterista dalle basette sfumate color carota.

La facciata e la lunga navata della Cattedrale fanno da custodi alle emozioni di tutti i musicisti e artisti, impegnati a mettersi a nudo nelle loro postazioni.

I Norton Money levano dei cori malinconici che restano languidi alle spalle del pubblico che si allontana. E se non si ha intenzione di fermarsi ancora, si può proseguire per incontrare menestrelli fuori dal coro, alla Kevin Klang, che suona cappello in testa e tamburello legato alla caviglia una chitarra acustica non microfonata e canta ballate in tedesco. Oppure chi gioca un po’ facile, come i Nashville and blackbones, e ripropone i grandi classici del rock americano, gli Eagles di Hotel California, i Creedence Clearwater Revival di Have You Ever Seen the Rain, almeno senza rinunciare a un tocco personale, con un violino per accentuare sonorità tradizionali e potenti acuti di una voce femminile.

L’atmosfera è soffice o febbricitante a seconda dei metri del centro storico che ci si trova ad attraversare. In via Canonica vorticano musiche del Mediterraneo, in via Voltapaletto c’è una grandiosa voce, dei Freesound, che invita a lasciarsi andare alla dance.
La musica scorre a fiumi, torrenti, o a volte solo rigagnoli, ma nessun Busker a Ferrara è mai lasciato completamente solo.

Un pomeriggio per le vie della città accese dal Festival così che il ritorno verso casa è accompagnato da un’orchestra interiore, fatta di suoni. immagini, voci. E l’ultimo tono che sento di questo breve viaggio musicale è quello enfatico di un mebro degli Underscore Orkestra, band da Brasile, Irlanda e Stati Uniti, che con un pizzetto mezzo bianco mezzo nero, parla ai compagni seduti tranquilli durante una pausa, e mette in chiaro: “L’unico cambiamento che ho fatto nella mia vita, è stato smettere di darci troppo dentro col cibo”.

Sulle sfumature della sentenza avrò modo di ragionarci. Per ora mi dirigo a prendere l’ultimo treno disponibile per rientrare. E’ stato breve questo viaggio, poche ore del pomeriggio a pensarci. Quanto dense, però, quanto dense le ore dove assisti a ciò che ti assomiglia.

Credo che i movimenti solitari siano necessari, per tornare a dialogare con sé stessi. Prendere un treno con pochi programmi, per ritrovare il Ferrara Buskers Festival, per conoscere, senza arroganza e senza uno scopo particolare, per partire e restare, per celebrare quello che va celebrato.

 

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